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The Silent Senders | My life as Minimalist

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My life as Minimalist

by The Silent Senders

Third album for the "eclectronic" duo: a soundtrack for a short novel about an extraordinary travel through innocence, loneliness, big troubles and friendship. "The" electronic instrumental rock.
Genre: Rock: Instrumental Rock
Release Date: 

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1. Minimalist
4:57 $0.99
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2. Just a walking out, isn't it?
4:27 $0.99
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3. No way in
4:34 $0.99
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4. Ossigeno
4:34 $0.99
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5. The lake
5:28 $0.99
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6. So hungry
4:23 $0.99
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7. A marathon (sort of)
3:39 $0.99
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8. Locked-Head
4:29 $0.99
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9. The two of us
3:57 $0.99
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10. Beauty is sad in our eyes
4:47 $0.99
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11. MAYbe
4:59 $0.99
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12. This time it was really enough…
4:37 $0.99
Downloads are available as MP3-320 files.

ABOUT THIS ALBUM


Album Notes
After their last album "Haven't You Heard" The Silent Senders are back with "My Life As Minimalist, " a four-legged journey in which we will share the adventures of a stray dog in his touching journey back home, from which he has been kicked out. In this work, our power duo (Maurizio "Duka" Moroni and Paolo "Dr. Phibes" Caucci) aim to a specific sound research -precisely- minimalist and exciting. An hour of music that will confirm their talent to the aficionados and will surely intrigue the newcomers.

On the ground of The Silent Senders’ music is a choice of non-conformity with any trendy music genre or commercial law; in this way avoiding to wink at the mass market, TSS obtain to express themselves exclusively accordingly to their musical preferences. The audience is carried away to new musical scenes and surrounded by rich sound environments creatd by imaginary dialogues, micro-sonorities and straight or irregular, pressing rhythmics. TSS’ music are, consciously, very different from one another: electro-acoustic, industrial, progressive rock or musique concrète, with pop, folk, jazz, even metal contaminations.

TSS build a clever music using every one of these musical kind as bricks: the audience is thus stimulated by ever new feelings.

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Reviews


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Marco Benevento

My Life As Minimalist - Una favola sintetica
Maurizio, mi racconti una favoletta?"
Questa sarà la prima cosa che sentirete, una volta iniziato il vostro ascolto di "My life as Minimalist", ultimo lavoro dei The Silent Senders.
A pronunciare queste parole è, niente di meno, che la madre del mastermind del gruppo (Maurizio Duka Moroni) la cui voce è stata rubata da un vecchio nastro magnetico registrato quando il Duka era solo un bambino. Ed è un'introduzione perfetta per il concept dell'album; perché "My life as Minimalist" non è solo una favola per bambini, ma sembra proprio essere raccontata da un bambino.
Una favola che il Duka, fino ad oggi, non aveva voluto raccontare o, forse, non era ancora pronto per raccontarla, perché per farlo aveva bisogno di fare un passo indietro, di semplificare la sua dialettica musicale e di mettersi più in gioco; perché la musica che scrive è, questa volta, quanto mai intima e personale. E in un certo senso infantile.
"My life as Minimalist" ha anche un altro aspetto degno di nota: il protagonista di questa storia è un cane. Uno dei tanti cani adottati da una famiglia entusiasta e subito pentita che decide di liberarsene come si fa con un vecchio frigorifero, o con un giocattolo rotto. Minimalist è il nome di questo pulcioso mucchio d'ossa e peli che, nonostante solo e spaurito, comincia un viaggio ricco di peripezie senza chiedersi troppi perché, e con il solo obiettivo di tornare a casa. Ma Minimalist è anche un codice, una linea guida che i Silent Senders si sono imposti per la creazione di questo album, rifacendosi alla corrente minimalista, che richiede un'estrema misuratezza e semplificazione delle strutture dei brani e della loro esecuzione.
Ad accompagnare noi, Duka e Minimalist in questo viaggio, ci sarà, come sempre, il chitarrista Paolo "Dr. Phibes" Caucci, l'anima heavy metal dei Silent Senders, che questa volta più delle altre mi ha sorpreso, soprattutto per come ha saputo ridurre il numero di note suonate a favore dello stile essenziale che l'album richiedeva (senza però diminuire minimamente la sua verve e lo stile incredibilmente pulito e, tuttavia, possente e aggressivo), cosa che per un chitarrista solista metal è un po' come immaginare un purosangue da corsa trainare a passeggio un carretto per turisti.
All'interno del booklet, per ogni brano, troviamo delle illustrazioni, anche queste molto semplici e stilizzate, e un testo. Non si tratta di liriche vere è proprie (nessuna innovazione, da quel punto di vista: i Silent Senders rimangono un gruppo strumentale) ma di suggestioni testuali: ogni pezzo è un capitolo della storia che accompagna i momenti musicali. Oppure ogni brano fa da colonna sonora al testo. Come preferite.
Ma ascoltiamo insieme, traccia per traccia, "My life as Minimalist":

1) Minimalist

Questo è il tema del nostro protagonista, brioso proprio come lui; si percepisce perfettamente negli effetti di synth che sembrano quasi non prendersi sul serio, che vediamo rimbalzare, come una pallina che facilmente immaginiamo inseguita dall'imbranato Minimalist mentre, scodinzolando, fa cascare a terra vasi di piante e altre fragili suppellettili.
Il sound che rimanda agli anni 80, tipico dei Silent Senders, è quanto mai presente in questo pezzo (ma in generale in tutto il disco). Qui però mi ricorda, per atmosfera e tipi di suoni, le musiche dei classici videogames con cui sono cresciuto (Wonderboy, Bubble Bobble, etc.) e questa cosa rende, almeno a me, il tutto ancora più appetibile.
Nel testo conosciamo Minimalist, questa creaturina dalle "orecchie a punta, un naso umido e occhi curiosi" che i genitori del suo piccolo amico umano mal sopportano.

"(...) He was not a full-blooded dog, but something more a spontaneous Mother Nature's creation, reminding us that She, and She only, can make selections."

2) Just a walking out, isn't it?

Il suono della macchina che viene messa in moto lascia facilmente presagire il tema di questo brano, in cui le prime note introducono una melodia malinconica che diventa poi la base per lo sviluppo del tema principale, tristissimo, eseguito prima da un synth e poi dal piano, accompagnato da un basso languido. Ascoltando questo pezzo non si può non pensare a tutte quelle bestiole in carne e ossa che condividono lo stesso destino del nostro cucciolo fatto di note e inchiostro.
La particolarità di questo brano, diverso dal solito stile dei Silent Senders, sta nella sua relativa evoluzione: negli album precedenti siamo stati abituati a cambi di tempo e di armonia piuttosto repentini e rivoluzionari. Qui invece non ci sono. Qui quella quindicina di note si ripete in maniera ossessiva, e non ti lascia nemmeno quando il cd sarà finito e tu sarai altrove, facendoti provare nostalgia per quello che hai ascoltato e per Minimalist. E gli si vuole già bene.

"(...) As the car stopped and dad made him get off and run away, Minimalist didn't have a doubt that soon he would have seen the car coming back to get him."

3) No way in

Sembra quasi un tema arabo. Ma invece no, diventa altro, poi altro ancora, e tutto nel tempo di una misura musicale. E pensare che abbiamo appena considerato il contrario, nel pezzo precedente.
Anche qui la trama che tessono le note è molto semplice, solare, giocosa. Basta sentire l'assolo di Phibes, che sembra scritto davvero per un bambino.
Nel testo, vediamo Minimalist passare l'intera notte nello stesso posto in cui è stato abbandonato. Realizzando solo alla fine che, quanto accaduto, sia effettivamente la sua punizione definitiva.

"(...) Many cars run by, some of them nearly hit him because he run in the middle of the street as he saw them, barking to be noticed, but none of them was dad's"


4) Ossigeno

Sentiamo una voce, la voce di un uomo, che sembra proprio dar corpo ai pensieri del nostro Minimalist, e le parole ci introducono il tema del brano -pieno di accordi maggiori, che fanno sentire bene, che rischiarano un po' i pensieri - descrivendo perfettamente il suo senso: un respiro profondo.
Farebbe bene ascoltare questo pezzo, di tanto in tanto.
Per la cronaca, il mio preferito.
Minimalist, in questo capitolo, si addentra nella natura, che non ha mai percepito così profondamente. E, forse per la prima volta in vita sua, si affida completamente al suo istinto.

"(...) There were no gates, fences, nobody cared for holes, the many animals in the woods, different, peculiar, looked perfectly at ease."

5) The lake

Siamo qui a un pezzo un po' più elaborato e molto cinematografico: Duka ha una naturale tendenza allo stile da colonna sonora, e qui ce lo dimostra richiamando quei film con cui si è evidentemente formato musicalmente e a cui ha attinto di più, negli anni 80. E da questi ha assimilato il gusto per i suoni che, pur raffinandosi, è fondamentalmente rimasto lo stesso in tutti gli anni che sono trascorsi. E questo è un vantaggio (nonché una grande fortuna) per noi nostalgici di allora. Ci sono diversi movimenti in questo brano degni di nota, ma quello che giunge subito all'orecchio è un ottimo alternarsi di momenti di pausa e di azione.
Minimalist scopre un lago, qualcosa di completamente nuovo per lui. E rimane profondamente rapito da questa apparizione.

"(...) But this bowl was huge... who could have filled it?"

6) So hungry

Un altro dei miei preferiti. Un'intro che ha un che di tribale e poi un pianoforte struggente, che sembrerebbe suonare il tema principale, a cui segue immediatamente un altro tema che, adesso è chiaro, è questo ad essere quello principale. Quando ecco ritornare il primo, eseguito da una chitarra. E viene da chiedersi: ma chi l'ha detto che deve esserci per forza un tema principale? Anche qui il nostro power duo non vuole dare dimostrazione di saper suonare bene. Non ne hanno certo bisogno.
Minimalist, mosso dalla fame, si spinge fino alla città dove riesce persino a sgraffignare un'enorme bistecca tutta per lui.

"(...) There were houses, without gardens, with big windows which let you look inside, and people went in and out with packages and bags."

7) A marathon (sort of)

Questo pezzo è uno dei più complessi. La concitazione del ritmo e del numero di note che si inseguono rende perfettamente l'idea della fuga che il nostro piccolo Minimalist sta compiendo. I colori sono qui, più che mai, quelli di un videogame. Qui siamo al boss di fine livello. Un altro omaggio ai nostalgici giocatori di coin-op. Anche se, magari, del tutto involontario.
Il nostro amico a quattro zampe viene inseguito e catturato da degli accalappiacani.

"(...) They cut him off in an alley, and though the puppy tried to run away and bit them, they threw him in the van. He was on the road to an unknown destination again, and he knew he was in deep troubles."

8) Locked-Head

Arrivato al canile, in un orchestra di latrati e ululati di cani che lo/ci accoglie, Minimalist viene sbattuto in una cella con altri due prigionieri; qui farà conoscenza di un suo simile ancora più sfortunato di lui: Locked-Head. Con le percussioni metalliche che sentiamo costantemente in questo brano, riesce perfettamente l'intenzione del Duka di descrivere sia il luogo in cui ci troviamo, pieno di sbarre, che il personaggio di Locked-Head, cagnetto ritenuto troppo pericoloso e violento, dal muso intrappolato in una pesante museruola di metallo che somiglia molto più a una gabbia.
Lo sviluppo del brano racconta perfettamente la preparazione, la decisione e l'evasione dei nostri due piccoli eroi.

"(...) He had a muzzle with a metallic lock, and he seemed to be angry with all the world."

9) The two of us

Sembra la continuazione del tema di Ossigeno (e in pratica dovrebbe esserlo ogni brano, la continuazione di un altro, nell'ottica del concept album) per i colori e per l'andamento, per la delicatezza dell'esecuzione, dal pianoforte alla chitarra, e per la malinconia che traspira da ogni singola nota.
Liberatosi dalla gabbia, Locked-Head rivela le sue fattezze decisamente bizzarre (parliamo di un bull terrier, razza il cui aspetto del muso è caratterizzato dal così detto "naso romano", ossia da un'incurvatura in prossimità del naso e dal fatto che fronte e muso fanno praticamente parte di una stessa linea.) nonché una spiccata e utilissima - specie quando hai fame e ti trovi nei pressi di un lago - predisposizione alla pesca.
Minimalist ha finalmente trovato un amico.

"(...) So they survived in the wood, always together, taking care of one another."

10) Beauty is sad in our eyes

Il canto dei grilli ci trasporta nella scena. Minimalist ricorda il suo amico umano guardando un cielo stellato.
Con tutta la tristezza che le stelle sembrano trattenere. E che questo pezzo ci restituisce.
In questo album è più che mai presente il pianoforte; e più che mai è un'incursione, nella musica elettronica, assolutamente indovinata: non c'è strumento, a mio avviso, più intimo e dolce del piano. Strumento che rende questo pezzo un vero e proprio notturno.

"(...) No human being had ever loved him so much, and he felt a deep pain knowing he could never see him again"

11) Maybe

Dopo un'introduzione suggestiva che ci prepara a qualcosa che sta per accadere, un arpeggiatore pulsante, in un sali e scendi ossessivo tra le due ottave di un Do e di un Fa, fa da base a un intreccio di sintetizzatori.
Qui abbiamo abbandonato la malinconia dei brani precedenti, anche nella scelta degli strumenti, forse per sottolineare il passaggio dalla natura incontaminata alla città in cui Minimalist arriva, dopo una lunga corsa, nella speranza di poter trovare di nuovo il suo piccolo amico.

"(...) The doggy had a strange feeling, his ears were stretched out, his tail wagged: he knew that place!"

12) This Time It Was Really Enough...

L'happy ending si percepisce tutto, in questo pezzo. Il suo tema principale è un aria gioiosa e frivola che somiglia quasi a una cantilena. Del resto è di due cuccioli che parliamo, in My life as Minimalist, poco importa se appartenenti a specie diverse.
E questo pezzo è proprio un inno all'infanzia, geniale nella sua semplicità e genuinità.
Minimalist è tornato a casa e i genitori, rendendosi conto del dolore che la separazione dal suo cane aveva comportato nel loro bambino, decidono che i due potranno restare uniti, questa volta per sempre.


My life as Minimalist è un album che, se deve essere ascoltato una sola volta, tanto vale non ascoltarlo affatto. Perché la sua musica, nella sua sobrietà e nella misuratezza degli elementi, va assimilata con pazienza, ricercata, così come va ricercato il sapore di una ricetta in cui gli ingredienti sono pochi e semplici ma che, messi insieme, creano qualcosa di assolutamente inaspettato e straordinario. Non è un caso se si è deciso di rappresentare il protagonista del racconto con poche linee stilizzate. E il senso di My life as Minimalist, della sua composizione, è tutto lì: dietro a quegli scarabocchi in bianco e nero si nasconde una tavolozza di colori infiniti.
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